Corso OSA Dipendenze
Corso Formazione OSA Dipendenze
Maria Tripoli di Mondragone (CE) sintetizza il suo tirocinio per Operatore Socio Assistenziale per le dipendenze dando una raccomandazione a tutti coloro che decideranno di fare il suo stesso percorso: l’operatore deve capire l’utente per sapersi adattare rapidamente alle sue richieste. La vicinanza, l’empatia, la comprensione e la pazienza sono doti e atteggiamenti indispensabili per dare sostegno autentico alle persone in difficoltà.
Ho svolto il tirocinio in una Comunità Accoglienza della provincia di Caserta dove si offrono servizi e percorsi terapeutici atti ad accogliere e trattare le diverse forme di dipendenza sulla base di un programma terapeutico riabilitativo dal nome evocativo: Progetto Uomo. Il principio forte del programma è la centralità della persona, considerata protagonista della propria storia, e l’obiettivo che vuole raggiungere è la valorizzazione dell’identità e delle capacità personali di ognuno, nel rispetto degli altri, senza cercare compromessi bensì promuovendo il dialogo e la cooperazione. Il primo giorno, mentre aspettavo di essere ricevuta, notai alla parete un quadro con delle frasi. Il titolo era “Progetto Uomo”. Solo in seguito ho capito che questa era la filosofia della Comunità. Scritta da un gruppo di alcolisti anonimi che avevano intrapreso tempo addietro questo cammino di recupero, veniva letta ogni giorno dagli utenti nell’incontro del mattino. Poi c’è stata la pratica, e gli incontri, due più significativi di altri.
Uno con Castigo, trentaseienne con quasi quindici anni di dipendenza alle spalle, eroina, cocaina e psicofarmaci. Ero stata inserita in un gruppo di auto-aiuto in cui c’era anche lui. Lo ascoltavo mentre parlava delle sue difficoltà, tra cui quella di non riuscire a parlare di sé, di manifestare la sua parte più intima e dolorosa, segnata da esperienze forti, l’abbandono da parte del padre, la ribellione nei confronti della madre, l’inadeguatezza nel confrontarsi con chi lo pone davanti alla verità: a tutto questo reagiva selezionando le persone in “capaci” e “incapaci”, tentando di ottenere dagli altri ciò che voleva e, se non soddisfatto, autolesionandosi. Faceva del male fisico a se stesso per punire chi gli voleva bene come chi gli faceva del male, per questo l’ho chiamato Castigo.
Il secondo incontro è stato con un trentatreenne che ho ribattezzato Sofferenza. Reduce da dieci anni di eroina e cocaina, era all’apparenza allegro, gioviale, sempre al centro di ogni evento, un po’ il jolly della Comunità. Ma dietro tutto questo celava un forte disagio. A chiunque gli chiedeva come stava, lui rispondeva “è una sofferenza”, da cui il nomignolo che ho scelto per parlare di lui. Colpito prima dalla morte del fratello e poi da quella del bambino che la sua compagna aspettava da lui, aveva un rapporto difficile con la Comunità sino al punto in cui l’équipe l’ha convocato per metterlo davanti a una scelta: o restare e lavorare concretamente sulle sue difficoltà oppure andare via. Rispose che voleva restare ma i problemi rimasero aperti e, quando ho finito il tirocinio, era in effetti ancora chiuso in se stesso come un riccio.
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