Maria Grazia Peccatori ha svolto il suo tirocinio nei reparti di riabilitazione e lungodegenza di un ospedale in mprovincia di Potenza. Qui non solo ha imparato a svolgere tutte le mansioni richieste a un Operatore Socio Assistenziale, ma ha anche scoperto un mondo che non conosceva.
Venivo da un'esperienza con i bambini ospedalizzati e passare tutto d'un tratto all'ospedalizzazione degli anziani non è stato facile. Pensavo di aver fatto il passo più lungo della gamba: tutto era diverso, dai rapporti con gli utenti alle varie mansioni.
Sin dalla prima mattina sono entrata nel vivo del lavoro di assistenza. Aiutavo gli altri operatori a servire la colazione, ad alzare i letti, a sistemare i comodini. Finito il giro ritornavo dagli utenti non autosufficienti per aiutarli a fare colazione e ad assumere i farmaci. Poi ritiravo i vassoi e consegnavo i prelievi in laboratorio.
A quel punto iniziava il lavoro più impegnativo, il cambio letti, l'igiene, il cambio pannoloni, la mobilizzazione, le medicazioni, ecc. All'ora di pranzo distribuivo i vassoi e aiutavo i degenti a mangiare.
Quando arrivava qualcuno, di nuovo spesso doveva essere portato in radiologia. Quelli in carrozzella li accompagnavo da sola mentre con la barella andavamo sempre in due. Quei primi momenti erano importanti per fare conoscenza perché durante l'attesa c'era l'occasione per parlare, mi facevano un sacco di domande. Quando suonava un campanello spesso ero la prima ad andare e, nei momenti di libertà trascorrevo il tempo con gli utenti, chiacchierando, ascoltandoli, incoraggiandoli a non arrendersi e a reagire alle difficoltà.
Ne ho conosciuti tanti, ma fra questi alcuni mi sono rimasti dentro.
Zio Oronzo, ad esempio, un signore alto e robusto di 80 anni, ricoverato in lungodegenza per accertametti. Era autosufficiente, e i primi giorni il nostro rapporto si fermava da parte sua a un "Buon giorno, per favore mi apri le fette biscottate?". Una richiesta che mi era sembrata strana sino a quando venni a sapere che soffriva di demenza, di diabete e del morbo di Parkinson allo stadio iniziale.
Purtroppo peggiorava di giorno in giorno, rifiutava il cibo, non si fidava di nessuno e a un certo punto i medici, con il consenso della moglie e del figlio, lo dimisero perché tornasse a casa sua.
Poi Zia Mariuccia, 77 anni, cardiopatica con insufficienza respiratoria.
Era dolce e gentile, tra noi nacque subito una bella intesa, mi raccontava della sua giovinezza. Si era sposata giovanissima, il suo sogno era diventare madre.
Ma quando, dopo due aborti spontanei, ebbe un figlio che morì dopo pochi mesi, non provò più ad averne altri perché il dolore era stato troppo grande. Il suo ricovero fu un vero successo.
Si impegnò a guarire e ce la fece in meno di due mesi.
Al momento dei saluti mi rallegro molto vederla felice, mi ero affezionata tanto a questa donna che mi aveva dato una grande lezione di vita: non mollare mai.